Odissea

Introduzione:
Questa storia affascinante
parla solo di un guerriero
che da Troia era partito
per tornare al suo maniero.

Lui la guerra aveva fatta
con Achille, il grande mito,
e, per vincer quella sfida
un cavallo avea costruito.

Cap. 1: Penelope

La sua donna era Penelope
da tempo ormai ostaggio
di un gruppetto di balordi,
“i bellocci del villaggio”.

Lei, invece era una santa
in attesa e con le brame
del suo uomo che tornasse
a riprendersi il reame.

Perché, infatti, nel frattempo
i ragazzi detti “proci”
non le davano mai tregua
sussurrando tristi voci.

“Ulisse è morto e non è più
cosa aspetti, non è bello
tu ti devi risposare
e far rivivere il castello”.

Poi, un dì, lei che tesseva
una tela a vasto raggio
disse: “alla fine del lavoro
sposerò chi ha più coraggio”.

Ma la donna, poveretta,
sol di giorno s’impegnava
‘chè la notte in tutta fretta
ogni punto risfilava.

Cap. 2: il viaggio

Ma di Ulisse ora parliamo
che viaggiando da nocchiero
sopra un’isola finì
di Calipso prigioniero.

Qui restò per sette anni
senza avere grande fretta
‘chè faceva tanto sesso,
con ‘na femmina provetta.

Quando ebbe, poi, il permesso
di tornare sulla nave
pur amando quel viaggio
lui si volle riposare.

Ma la sorte gli fu avversa
‘chè nel mare era bonaccia
e nuovamente fù naufragio,
….di Nausica nelle braccia.

Re Alcinoo ch’era il padre
della tenera ragazza
lo aiutò a riprender mare
ridonandogli speranza.

E per farlo andar veloce
gli donò un fagotto in tele,
del dio Eolo era un otre
pien di vento per le vele.

Cap. 3: Polifemo

Dopo tempo grigio e incerto
vide un’isola vicino,
s’ancorò senza bisogno,
‘chè gli piacque quel bacino.

Era posto di giganti
con caverne come tetto,
lì, viveva Polifemo,
di Nettuno gran protetto.

Polifemo era un gigante
con un occhio in mezzo al viso,
e vedendo quei guerrieri
li ospitò con un sorriso.

Poi, con fare da bugiardo
mise un blocco al grande ingresso,
con un masso molto grande,
e lui solo aveva accesso.

Diede inizio poi al pasto
e mangiò i guerrier d’Ulisse
ed intanto a lui chiedeva
con che nome lo si udisse.

L’odisseo, che gli parlava,
e discorreva di Nettuno
s’inventò un nome astuto
che per gioco era Nessuno.

Dopo averlo fatto bere
molto vino e ubriacarlo
un ramo a punta in quell’occhio
gl’infilò per accecarlo.

Polifemo disperato
pur ferito e con dolore
provò cieco ad acchiappare
tutti i rei del disonore.

Non riuscì a trovare nulla
eran tutti rimpiattati
in silenzio e pur tremanti
per non essere trovati.

Alla fin dei tentativi
e pensando all’evasione
Polifemo tolse il masso
per gridare il suo dolore.

Inveiva con “nessuno”
condottiero di “pirati”
e i giganti suoi amici
ne ridevano affrancati.

Così Ulisse con astuzia
fece uscire i suoi soldati
non in groppa a dei cavalli
ma alle pecore avvinghiati

cap. 4: la maga Circe

Con l’aiuto di quell’otre
lui la rotta fece amica
fino a giungere al suo porto
ed in men che non si dica.

Quando stava per sbarcare
i marinai vili e ribelli
pensando ci foss’oro
di quell’otre aprion le pelli.

Che disdetta, quella nave
tornò indietro a rotta vaga
e ben presto si trovò
nella terra di una maga.

Questa aveva gran poteri
e con la sua arte senile
i viventi trasformava
in maiali da cortile.

Con Ulisse la magia
non sortì alcun effetto
‘chè pozione avea bevuto,
da Minerva era protetto.

Dopo un anno di bagordi
e tanto sesso da invidiare
libertà ebbe in regalo
e così potè salpare.

Per aver notizie certe
ed essendoci lì un fondo
con l’aiuto di Tiresia
visitò dei morti il mondo.

Che sorpresa, che dolore
qui trovò la madre amata
che, al corrente poi lo mise
della casa trasformata.

Era proprio una disgrazia,
un disonore senza fine
dove i proci comandava
e facevano rovine.

Cap. 5: Itaca

Ira e furia allor lo prese
e con grinta andò a vogare
ma altre prove lo attendeva
da dovere superare.

Nella gran distesa d’acqua
ud’ìl canto di sirene,
ma non cadde nell’inganno,
che legato s’era bene.

Pria di giungere alla meta
altra prova da sfigati,
passò Scilla e poi Cariddi
e tanti morti naufragati.

Alla fin venne alla casa
e da finto mendicante
chiese aiuto alla nutrice,
che capì, in un istante.

Dopo aver dato a Laerte
un saluto: “oh padre amato”
in Telemaco conobbe
il figliolo abbandonato.

Senza perdere altro tempo
si recò nelle sue sale
dove i proci maledetti
commettevano ogni male.

Qui disse al suo Telemaco:
“non temere forte io sono
organizza un bel torneo
con tua madre come dono”.

Chi sarà quel vincitore
che saprà nel grande parco
far passare dentro cerchi
una freccia spinta d’arco ?

Questa storia ch’è alla fine
porta i proci al fallimento
a tender l’arco con la freccia
solo Ulisse fù un portento.

Per concludere il racconto
e seguire la scaletta
con quell’arco e quelle frecce
completò la sua vendetta.

Così chiude questa storia
che Omero avea curato
e che io in poco tempo
con rispetto …ho sol rimato.
aro

Cap. 6: La mia conclusione

Con modestia e umiltà
or ci provo per giustizia
a dar mia fine ad una storia
non di eroi ma di…mestizia.

Così Ulisse è ben giulivo
di tornare dalla moglie
che però per il digiuno
aumentate avea le voglie.

Ma la bella gioventù
che l’aveva ormai lasciata
in Ulisse fece effetto
di una pelle scamosciata.

E così non fu capace
di produrre alcun amplesso
gli restò solo il ricordo
delle maghe e il loro sesso.

S’era preso grande svago
con le donne del destino
e rischiato avea la vita
per tornare…a fa’l burino.

E si disse: “che cretino
tanta angoscia per tornare
mentre avevo delle “troie”
per la guerra e per . ..trombare”.

La morale a questa storia
la si fa con la ragione:
“amare a volte è bello,
ma altre volte…è da coglione”.
aro

Odisseaultima modifica: 2007-07-09T16:45:00+02:00da ninniromeo
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